CREMA - 25/09/2017
TERREMOTO MARCHE: UN ANNO DOPO
TERREMOTO MARCHE: UN ANNO DOPO
Una giornata tra le macerie delle Marche. Meglio, una giornata tra le speranze di una gente coraggiosa e forte che s’è rimboccata le maniche per ricominciare a vivere: “Superata la prima fase, quella dell’emergenza – dice con soddisfazione e un pizzico d’orgoglio il vicesindaco di San Ginesio – abbiamo completato la seconda, quella della messa in sicurezza. Ora inizierà la ricostruzione.” A un anno dal terremoto che ha colpito Amatrice e poi Norcia, abbiamo voluto visitare paesi e cittadine ai margini dell’epicentro di cui nessuno parla: Visso, Pieve Torina, Caldarola, San Ginesio, San Cassiano.
Ha organizzato i vari appuntamenti e mi accompagna Fermano Nobili, ben conosciuto qui fin dal terremoto che, vent’anni fa, colpì Assisi e Foligno, nonché Scopoli, dove la diocesi di Crema allestì un centro di aiuto: sabato prossimo è previsto un grande ritorno di tutti i volontari per ricordare il 20° anniversario di quelle terribili scosse e festeggiare la ricostruzione.

VISSO
È proprio Scopoli il nostro “campo base” da cui partiamo per raggiungere, dopo la sosta per un caffè a Colfiorito, innanzitutto Visso: primo impatto con le conseguenze del sisma. Un paese fantasma, le case abbandonate, restano ancora le macerie di drammatici crolli recintati con la scritta “zona rossa”; vie intere con edifici ancora in piedi ma gravemente danneggiati, il campanile della bella parrocchiale messo in sicurezza, ma troviamo anche una chiesetta crollata. Poco fuori dal paese si sta ancora spianando un largo spazio per costruire casette in legno che dovranno ospitare gli sfollati... dopo un anno non sono ancora pronte. E chi ritornerà, ci chiediamo? Il contatto con il parroco purtroppo non è possibile per un disguido. Parliamo solo con i vigili del fuoco: il loro compito è il soccorso tecnico nell’accompagnare al ricupero dei beni privati.

PIEVE TORINA
Una testimone diretta l’incontriamo a Pieve Torina, ai margini di una serie di container che accolgono un gruppo di abitanti e gli operai impegnati nella messa in sicurezza. “Soffri, patisci, è dura stare qui, però è la terra tua, non scappi...” È un’anziana signora che ci parla. “Tante promesse... ma le casette non arrivano ancora. Dopo il terremoto ci hanno portato a Porto San Giorgio. Alcuni ci stanno ancora, ma io sono tornata qui. Siamo nei container con mensa e bagni in comune. Non si sa quando finiranno le casette.” Le unità abitative le stanno ancora costruendo poco più in là e sembrano a buon punto. Il paese è in gran parte puntellato e le abitazioni inagibili... ma troviamo anche chi s’è rifatto il bar in un modulo in legno, circondato di fiori. Un segno di speranza.

CALDAROLA
Ed eccoci, più avanti, a Caldarola. Ci aspetta il parroco don Vincenzo Finocchio, in un prefabbricato donato da una famiglia di Mirandola (n. 10). È direttore del settimanale della diocesi di Camerino L’Appennino Camerte e della radio diocesana: un collega.
Caldarola, provincia di Macerata e diocesi di Camerino, contava 3.000 abitanti: oggi la popolazione è scesa a poco più di 500. Gli altri stanno negli alberghi lungo la costa, negli agriturismi, da affittacamere, da parenti e amici. “Lo sfollamento – dice don Vincenzo – è circa dell’80%. Stesso dato per le case inagibili, delle quali una quantità sono da ricostruire dalle fondamenta.” E sottolinea i pesanti condizionamenti della burocrazia.
Da quel 24 agosto 2016 e poi dal 26-30 ottobre quando è avvenuto il colpo di grazia, sono continuate scosse meno violente fino ad oggi. “Qui è morta solo una donna di 49 anni, d’infarto. Nel terremoto d’ottobre non c’è stato nessun ferito. Ma di 15 chiese, nessuna è agibile, continua don Vincenzo. Anche San Martino di Vestignano dove ci sono gli affreschi dei De Magistris” e mi mostra una foto che ritrae i vigili del fuoco intenti a salvare un antico crocifisso. San Gregorio è distrutta.
“Oggi celebriamo in un modulo messo a disposizione dal Comune. Le attività parrocchiali si sono adattate alla nuova situazione: facciamo gli incontri un po’ dappertutto, nel container dell’oratorio e della biblioteca comunale. Il deposito della Caritas di Cremona è stato donato da quella diocesi, i container sono dono della ditta Ferraroni srl di Parma, il modulo-chiesa del Comune.
“Io sono stato sempre qui, continua. Un prete non se ne va! Mangio alla mensa dei terremotati. Non abbiamo interrotto nessuna attività: le processioni, la Via Crucis vivente, la festa in onore di Maria SS. del Monte, l’infiorata del Corpus Domini, le iniziative dell’oratorio, la festa della famiglia in un centro polivalente donato dalla diocesi di Forlì, la festa del beato Francesco Piani, collaboratore di Bernardino da Feltre, propagatore e fondatore dei Monti di Pietà. Abbiamo avuto la solidarietà delle istituzioni e di tanta gente.” E aggiunge: “All’interno della comunità il terremoto ha abbattuto tanti muri di inimicizia, molte famiglie si sono rappacificate.”
Rientreranno tutti a Caldarola? “C’è pericolo che molti non vengano più – spiega il parroco – alcuni giovani sposi sono tornati nei territori d’origine con la famiglia e si sono reinseriti in quelle zone. Della ristrutturazione si parla appena. Le scuole sono in ambienti provvisori. L’edificio di materne ed elementari è stato abbattuto: dovrebbe iniziare la ricostruzione, ottimisticamente si aprirà nel 2018.” Don Vincenzo racconta che le Caritas di Cremona, di Genova e dell’Emilia hanno mandato sul posto una delegazione. Hanno assistito le mamme con bambini piccoli e le persone malate.
“La Chiesa – conclude don Vincenzo – ha dato tanta testimonianza! Il Papa – e qui si commuove – quando ha saputo di noi preti sfollati (35 su 45 parroci) ci ha mandato un aiuto sul nostro conto personale, pensando proprio alla persona del sacerdote. Anche il vescovo è sfollato: nella stanzetta di un vecchio mulino, insieme ad altri due parroci.”
È partita per lo meno l’opera di urbanizzazione e sono in fase di ultimazione 40 strutture abitative di emergenza in legno, ma la necessità è di 104. E quanti ritardi!

SAN GINESIO
Un abbraccio a don Vincenzo e si arriva a San Ginesio, bellissimo borgo medievale in cima a un poggio, con panorami da mozzafiato. Ci aspettano il vice sindaco Eraldo Riccucci (ha perso la casa il 24 agosto), il consigliere comunale Marco Taccari e l’ex assessore alla cultura Adriano Cambugiani. Ci mostrano la piazza principale con la facciata della splendida collegiata messa in sicurezza. Tutti gli edifici del centro storico sono puntellati vistosamente, ma ormai al sicuro. Si può passeggiare tranquillamente e i turisti, in estate, sono tornati.
Parliamo nella sede provvisoria del Municipio. È il vicesindaco che racconta. San Ginesio contava 3.700 abitanti, 80 km quadrati di territorio, con sei frazioni: se ne è salvata solo una. In questo splendido territorio, tempestato di borghi e castelli medievali, i danni sono stati ingentissimi. Dopo la seconda serie di forti scosse (magnitudo 6.5) dal 26 al 30 ottobre 2016, l’intero centro storico è stato dichiarato zona rossa e tutti sono sfollati. Grazie a Dio non abbiamo avuto vittime. Ma in centro storico tutto è stato lesionato: la collegata, gli edifici pubblici, la RSA con i 20 ospiti oggi trasferiti; su sei scuole, quattro sono inagibili: due di esse e la palestra sono state demolite, in attesa di ricostruirle a breve nel nuovo campus che il capo di dipartimento della Protezione Civile ci ha riconosciuto. Entro ottobre i lavori. Tre conventi sono chiusi, monaci e monache si sono trasferiti. Anche alcune attività produttive hanno delocalizzato.
Ad oggi gli sfollati sono 1.200. Duecento sono ritornati nel centro storico là dove c’erano tutte le sicurezze. “Il nostro impegno – spiega con soddisfazione e un pizzico di giusto orgoglio il vicesindaco – è stato quello di mettere in sicurezza gli edifici per dare ossigeno al paese: ad oggi abbiamo riaperto il 95% delle zone rosse.
Leggendo le ordinanze, abbiamo capito che altri non potevano fare per noi; la Protezione Civile ci ha stimolato. Ci siamo rimboccati le maniche, l’ufficio tecnico ha lavorato alla grande anche di sabato e domenica con i tecnici che la Regione Marche ha messo a disposizione. Abbiamo studiato bene le ordinanze che davano al sindaco più poteri, pur rispettando le norme, e abbiamo messo in sicurezza tutto il centro storico. La spesa è stata di un milione e 600 mila euro. La Regione ci ha liquidato la terza trance dei soldi spesi; abbiamo già pagato le ditte che hanno lavorato. E ora abbiamo anche circa 500 domande di autonoma sistemazione. Si stanno comunque costruendo in tre zone 39 moduli abitativi d’emergenza per chi non ha trovato soluzioni d’altro tipo.”
E spiega che tutto è stato possibile per il feeling e l’ottima collaborazione che si sono creati tra amministrazione e politici.
Quindi, dopo la prima fase d’emergenza, affrontata con 250 persone all’ostello, 120 in una frazione, altrettanti in una sala parrocchiale, 1.500 pasti al giorno alla mensa comune, e gli altri in strutture ricettive lungo la costa, si è conclusa anche la seconda fase della messa in sicurezza. La terza, da affrontare con entusiasmo e fermezza sarà quella della ricostruzione. Non manca il coraggio! Pranziamo alla mensa comunale, ancora attiva. Nello spazio antistante, la chiesa-tenda donata dal Ministero dell’interno.

SAN CASSIANO
L’ultima tappa del nostro viaggio è San Cassiano, un piccolo paese sulle colline. Parliamo con il rettore della chiesa, gravemente danneggiata: il campanile è crollato invadendo la finestra dello studio mentre il sacerdote stava preparando l’omelia. Spavento indicibile. Oggi San Cassiano è un paese fantasma: le case sono quasi tutte da demolire. E chi avrà la voglia di tornare?
È don Luigi Verolini il prete miracolato, direttore della Caritas diocesana di Camerino. Dopo aver visitato la chiesa che conserva notevoli affreschi, ci facciamo raccontare l’impegno profuso dalla Caritas ai vari livelli. “La nostra preoccupazione – ci dice – è stata quella di restare vicino agli sfollati in tutti i luoghi dove si sono rifugiati, anche negli alberghi sulla costa. Ci siamo gemellati con la diocesi di Cremona il cui vescovo è della nostra terra. Con un centro operativo a Pian di Pieca, ci è stata molto vicina in tutti i sensi, procurando materiali e sostenendo la nostra Caritas.” Al proposito ricorda Nicoletta e il marito Cristiano vicedirettore della Caritas di Cremona costantemente presenti. “Oggi – continua don Luigi – assistiamo coloro che rientrano. Ed è stata realizzata una mappatura dei bisogni. Ne è derivato un opuscoletto. Presentato il 2 luglio a tutta la diocesi, sarà la base per studiare i futuri interventi. Attualmente stiamo realizzando tre centri di comunità a Visso, San Ginesio e Caldarola.”
Sulla via del ritorno, una visitina alla distrutta azienda agricola del signor Pino. Non se n’è andato. È rimasto lì, in una roulotte e oggi può inaugurare una nuova stalla. Ma per la casa... “ci vorranno vent’anni!”.

di GIORGIO ZUCCHELLI
dalle MarchE

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